Nessuno tocchi Caino “diretta streaming”

La civiltà di un popolo si misura anche nel modo in cui tratta chi ha commesso il peggiore dei delitti

Sono un pacifista.

Non lo sono perché penso che tutti gli uomini siano buoni. La storia ci insegna esattamente il contrario. L’essere umano può commettere atrocità, può togliere la vita, può provocare sofferenze che nessuna sentenza e nessun risarcimento potranno mai cancellare.

Sono pacifista per una ragione diversa e, per me, molto più profonda: amo la vita e considero ogni essere umano unico e irripetibile.

Una persona che muore scompare per sempre.

Non esisterà mai più quell’individuo, con quella coscienza, quella memoria, quella storia, quelle contraddizioni, quegli errori e quella possibilità, per quanto remota, di comprendere il male che ha compiuto.

Per questo ritengo che nessun essere umano possa arrogarsi il diritto di togliere deliberatamente la vita a un altro essere umano.

E ciò che non riconosco come diritto dell’individuo non riesco a riconoscerlo neppure come diritto dello Stato.

Uccidere un assassino non cancella l’omicidio

Di fronte a un crimine abominevole nasce comprensibilmente un sentimento di rabbia.

Pensiamo alle vittime. Pensiamo alle loro famiglie. Pensiamo alle vite distrutte.

Ed è giusto che chi ha commesso quei crimini venga giudicato e punito.

Ma esiste una domanda che una società civile dovrebbe avere il coraggio di porsi:

se consideriamo l’uccisione di un essere umano uno dei più gravi delitti possibili, perché dovremmo trasformare quella stessa azione in un atto legittimo quando a compierla è lo Stato?

La legge può stabilire che quell’uccisione sia legale.

Ma legalità e moralità non sono necessariamente la stessa cosa.

La pena capitale non restituisce la vita alla vittima. Non cancella il dolore dei familiari. Non modifica ciò che è accaduto.

Aggiunge semplicemente una nuova morte.

Una morte programmata, organizzata e compiuta deliberatamente dalle istituzioni.

Per questo considero la pena capitale una forma di omicidio di Stato: non perché voglia equiparare moralmente l’assassino e coloro che applicano una legge, ma perché rifiuto il principio stesso secondo il quale lo Stato possa disporre della vita di una persona ormai resa inoffensiva.

Punire non significa vendicarsi

Rifiutare la pena di morte non significa essere indulgenti verso chi uccide.

Chi ha commesso volontariamente crimini di estrema gravità deve risponderne.

Una società ha il diritto e il dovere di proteggersi.

Per questo posso comprendere, nei casi più estremi e quando la legge lo prevede, una detenzione destinata a durare per tutta la vita.

È una pena terribile.

Significa perdere la libertà, gli affetti quotidiani, la possibilità di scegliere dove andare, cosa fare, come costruire la propria esistenza.

È, sotto molti aspetti, una morte sociale.

Ma conserva qualcosa che la pena capitale distrugge per sempre:

il tempo.

Il tempo per pensare.

Il tempo per ricordare.

Il tempo per comprendere.

E forse, un giorno, il tempo per provare rimorso e perché no, anche sperare. di tornare libero.

La pena più difficile potrebbe essere il rimorso

Immaginiamo un uomo che abbia commesso un delitto terribile.

Finché quell’uomo non comprende ciò che ha fatto, la sua pena è essenzialmente esterna: sono le mura, le sbarre, l’isolamento, la perdita della libertà.

Ma se un giorno acquisisse piena consapevolezza del dolore provocato?

Se cominciasse a vedere nella propria memoria i volti delle persone alle quali ha tolto la vita?

Se comprendesse veramente che quelle persone avevano famiglie, progetti, paure, speranze?

Allora potrebbe iniziare una pena che nessun giudice potrebbe infliggere.

Il rimorso.

Il rimorso non restituisce le vittime.

Non assolve il colpevole.

Non cancella la responsabilità.

Ma può costringerlo a convivere con ciò che ha fatto.

Per anni.

Forse per decenni.

Forse fino all’ultimo giorno della sua vita.

La morte, invece, interrompe tutto.

Interrompe la pena, la coscienza, la possibilità del pentimento e persino la possibilità di chiedere perdono, sapendo che quel perdono potrebbe non arrivare mai.

Nessuno tocchi Caino

C’è un’immagine antichissima che continua a interrogare la nostra coscienza.

Caino uccide suo fratello Abele.

È il primo assassino del racconto biblico.

Eppure Caino non viene consegnato alla vendetta degli uomini.

Viene segnato affinché nessuno lo uccida.

È un’immagine potentissima anche indipendentemente dalla fede religiosa.

Caino è colpevole, ma Caino rimane un essere umano.

Ed è proprio questo il punto più difficile da accettare.

È facile difendere la dignità dell’innocente.

È facile proclamare il diritto alla vita quando abbiamo davanti un bambino, una vittima o una persona che amiamo.

La vera prova dei nostri principi arriva quando davanti a noi abbiamo qualcuno che ci ripugna.

Un assassino.

Un terrorista.

Un uomo responsabile di atrocità.

Se diciamo che anche quell’uomo possiede un limite inviolabile che lo Stato non può oltrepassare, allora il diritto alla vita diventa veramente universale.

Altrimenti non è più un diritto.

Diventa una concessione che la società riconosce soltanto a chi considera degno di riceverla.

E se fosse innocente?

Esiste poi una ragione terribilmente concreta contro la pena capitale.

La giustizia è amministrata dagli uomini.

E gli uomini possono sbagliare.

Possono sbagliare i testimoni.

Possono sbagliare gli investigatori.

Possono sbagliare i periti.

Possono sbagliare i pubblici ministeri.

Possono sbagliare i giudici.

Una condanna detentiva ingiusta può, almeno in parte, essere interrotta quando emerge la verità.

Gli anni perduti non saranno mai restituiti, ma l’errore può essere riconosciuto.

Una condanna a morte eseguita non permette alcuna correzione.

L’innocente ucciso dallo Stato non può essere liberato il giorno dopo.

Quando la morte diventa spettacolo

E infine esiste un confine che considero ancora più inquietante: trasformare un’esecuzione in uno spettacolo.

Una fucilazione trasmessa in diretta non riguarda più soltanto il rapporto fra lo Stato e il condannato.

Riguarda tutti noi.

Che cosa dovremmo guardare?

Il momento in cui i proiettili raggiungono un corpo umano?

La morte di un uomo dovrebbe diventare un evento mediatico?

Dovremmo assistervi come spettatori?

Io credo che una società che vuole definirsi civile dovrebbe insegnare esattamente il contrario:

la morte di un essere umano non è uno spettacolo.

Nemmeno quando quell’essere umano ha commesso azioni mostruose.

Forse soprattutto allora.

Perché è proprio davanti al peggiore degli uomini che una civiltà dimostra se crede davvero nei propri principi.

La forza di uno Stato

Uno Stato forte non ha bisogno di uccidere un prigioniero inerme per dimostrare la propria autorità.

Può arrestarlo.

Può processarlo.

Può condannarlo.

Può impedirgli per sempre di nuocere agli altri.

Ma può fermarsi davanti all’ultimo confine.

Quello della vita.

Non per pietà verso il crimine.

Non per dimenticare le vittime.

Non per assolvere il colpevole.

Ma per affermare un principio che dovrebbe valere proprio quando è più difficile rispettarlo:

nessun uomo deve avere il potere di decidere che un altro uomo debba cessare di esistere.

La civiltà non consiste nel perdonare tutto.

Consiste anche nel saper punire senza diventare ciò che condanniamo.

Per questo, davanti alla pena di morte, la mia posizione rimane semplice:

giudicate Caino.
Condannate Caino.
Impedite a Caino di uccidere ancora.
Costringetelo a confrontarsi con ciò che ha fatto.

Ma nessuno tocchi Caino.

Perché difendere la vita dell’uomo peggiore non significa difendere il suo crimine.

Significa difendere un principio che appartiene a tutti noi:

la vita umana non può dipendere dal grilletto di un assassino, ma neppure da quello dello Stato.

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